L'imbarazzante processo al sindaco di Dakar

sindaco dakarIn carcere dal 7 marzo insieme ad altri 5 collaboratori, l’uomo è accusato di truffa e appropriazione indebita di circa 2,7 milioni di euro. Ma le opposizioni accusano il presidente di aver voluto eliminare uno dei suoi sfidanti più accreditati alle presidenziali del prossimo anno.


Dopo due rinvii, ieri, 23 gennaio, è iniziato finalmente uno dei processi più attesi e mediatizzati in Senegal: quello che vede alla barra degli imputati Khalifa Sall, il sindaco di Dakar. In carcere dal 7 marzo insieme ad altri cinque collaboratori, l’uomo è accusato di truffa e appropriazione indebita di fondi pubblici. La somma incriminata, che l’Ispezione generale di stato (Ige) ha stimato pari a 1,83 miliardi di franchi Cfa (circa 2,7 milioni di euro), sarebbe stata prelevata da quella che in Senegal viene comunemente chiamata caisse d’avance, una cassa che anche alcuni altri grandi comuni possiedono: qualcosa di simile alla Cassa nera di cui dispone il presidente stesso. La differenza, è che se quest’ultima è definita dalla legge, ai sindaci teoricamente non sarebbe permesso maneggiare soldi; nella pratica, tuttavia, questi lo fanno spesso per far fronte a spese urgenti e non giustificabili, in un contesto dove vige ancora molta informalità. Khalifa Sall non è certo né il primo né il solo ad averlo fatto.
Il sospetto, difatti, insinuato da alcuni esponenti dell’opposizione politica come anche da una larga fetta dell’opinione pubblica, è che il processo sia in realtà di natura politica. Khalifa Sall è, infatti, uno degli sfidanti più accreditati del presidente Macky Sall alle elezioni presidenziali previste per il 2019. Dal 2009 sindaco della capitale senegalese, Khalifa Sall si era impadronito di 15 comuni su 19 nelle elezioni municipali del 2014, battendo il primo ministro di allora Aminata Touré. Responsabile di un’ala dissidente del Partito socialista (Ps) – che si posiziona all’interno della coalizione intorno a Macky Sall –, Khalifa Sall aveva creato il suo proprio movimento, Taxawu Ndakaru: in vista delle elezioni legislative del luglio scorso, si è presentato alla testa di una coalizione, Manko Taxawu Senegal.
Dal momento della sua incarcerazione preventiva, a niente sono valse le ripetute richieste di libertà provvisoria avanzate dai suoi avvocati. Khalifa Sall ha dovuto svolgere la campagna elettorale in prigione, dal quale non è riuscito a prevalere di fronte alla coalizione di un’altra formazione all’opposizione guidata dall’ex-presidente Abdoulaye Wade – che, ultra novantenne, era arrivato dalla Francia per mobilitare i suoi seguaci nelle piazze della capitale e del paese – e a quella del potere, che ne è uscita poi vincente.
Il processo si è svolto in quella stessa sala n.4 del Palazzo di Giustizia di Dakar dove fu condannato l’ex dittatore del Ciad Hissene Habré e nello stesso tribunale in cui fu condannato Karim Wade, in un controverso processo che molti interpretarono anche in questo caso come “politico”. Khalifa Sall è stato accolto dai suoi sostenitori con una standing ovation. Il dibattito che ne è seguito ha ruotato intorno alla legittimità o meno della volontà del comune di Dakar di costituirsi parte civile, e sulla decisione del giudice di accettare 20 sui 70 testimoni proposti dalla difesa: 10 beneficiari dei fondi della caisse d’avance e altri 10 per spiegare il funzionamento della stessa. Quello che si richiede al sindaco di Dakar e agli altri imputati è di giustificarne le spese. Se il presidente della Corte ha promesso un processo giusto ed equo, sono ancora in molti, in Senegal, a dubitare che lo sarà.
da Nigirzia

Tags: Politica, Diritti umani, Senegal

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