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Cina e il contagio razzista verso gli africani

La violenza scatenata contro gli africani a Canton ha incrinato l’immagine filantropica dell’Impero di Mezzo. Che resta, tuttavia, il primi paese creditore del continente e quello che maggiormente investe in infrastrutture. C’è chi foto africani cinavede, tuttavia, nelle difficoltà di Pechino un’occasione per l’Africa di ridefinire i legami economici che la legano al resto del mondo.

Quello che non si sarebbe mai immaginato è successo: cittadini africani in Cina sono stati letteralmente buttati fuori dagli hotel di Canton dove risiedevano. Di chi la colpa? Del coronavirus.
Culla della pandemia, la Cina invia materiale medico in Africa. Ma basterà questo a far dimenticare le sue colpe nella gestione della crisi e i trattamenti discriminatori di cui sono appunto vittime cittadini africani sul territorio?
«Quando la neve e il ghiaccio si scioglieranno, sarà primavera. Vinta l’epidemia, la comunità di destino Cina-Africa sarà ancora più solida». Si era voluto poetico e…profetico, Wang Yi, consigliere di stato e capo della diplomazia cinese, al termine della videoconferenza organizzata il 10 marzo scorso con i ministri degli esteri di una cinquantina di paesi africani,
Il fatto è che la bella amicizia sino-africana tanto decantata a parole, ha subìto seri colpi nelle ultime settimane. Innanzitutto perché da Abidjan a Lubumbashi, mentre il virus si diffondeva, i cinesi in Africa venivano indicati a dito e ostracizzati.

Segni di sfida

Gli aerei dell’Ethiopian Airlines – sola compagnia aerea africana a volare ancora verso la Cina – sono stati banditi dal Kenya. A Ouagadougou (Burkina Faso), uno dei suoi aerei, è stato bloccato sulla pista dell’aeroporto, il tempo per testare i passeggeri sospettati di essere portatori del Covid-19. A Brazzaville (Congo), un gruppo di lavoratori cinesi sbarcati a fine marzo da un volo proveniente da Addis Abeba sono stati messi d’ufficio in quarantena in un hotel nonostante le loro proteste.
Da qualche tempo, però, è da Canton che arrivano testimonianze allarmanti: pratiche discriminatorie sono inflitte dalle autorità provinciali alle migliaia di africani stabiliti nella zona. Sono in tanti ad affermare di essere stati buttati fuori dagli alberghi dove alloggiavano o dai loro appartamenti, sospettati di essere portatori del virus. Altri ancora sono stati messi in isolamento nonostante i test negativi o si sono ritrovati con il loro visto misteriosamente revocato.
La situazione è tale che il 10 aprile il gruppo di ambasciatori a Pechino si è formalmente lamentato del trattamento riservato ai cittadini del continente africano e, tre giorni dopo, l’Unione africana (Ua) ha chiesto alle autorità cinesi di prendere delle misure per evitare il peggio.
Se il governo cinese è parso dare ascolto alle lamentele, è perché non vorrebbe che questi episodi arrivino ad appannare un’immagine della Cina appena riabilitata dall’aiuto massiccio inviato verso il continente queste ultime settimane. Quasi a volersi sbarazzare del peccato originale di aver lasciato crescere il Covid-19 in casa sua, la Cina esporta nel mondo il suo materiale, il suo personale e la sua competenza acquisita nella lotta contro un virus che dice di aver arginato in casa sua.

Materiale sanitario inviato

Dal 1° marzo, sono 1,33 i miliardi di euro in strutture mediche diverse (3,86 miliardi di mascherine, 37,5 milioni di tute di protezione e 16mila respiratori, secondo la dogana cinese) inviati in più di 80 paesi nel mondo, africani compresi.
In Africa, ogni paese ha ricevuto anche, a fine marzo, le mille tute di protezione, i 20mila kit di testi e le 100mila mascherine promesse dalla Fondazione Jack Ma, dal nome del ricchissimo fondatore di Alibaba, e rimesso tutto sotto il patrocinio insistente dell’ambasciatore cinese locale.
Ci sono altre imprese cinesi che prendono parte allo sforzo, così come il colosso tecnologico Huawei che distribuisce materiale utile contro il virus nei paesi in cui è impiantato. China Merchants ha importato 1 milione di mascherine a Gibuti. CSCEC, il gigante del BTP, ha mandato per più di 420mila euro del materiale in Algeria e Hunan Construction ha fatto altrettanto in Senegal.
Con aprile ha avuto inizio l’aiuto bilaterale propriamente detto e chiaramente mirato. La Rd Congo ha ricevuto 65 tonnellate di materiale protezione, l’Etiopia più di 1 milione di testi e 6 milioni di mascherine, lo Zimbabwe e l’Algeria un ospedale da campo. Il 6 aprile, un aereo d’Air China si è posato ad Accra per scaricarvi diverse decine di tonnellate di materiale medico, ridistribuito in 18 paesi (Ghana, Nigeria, Senegal, Gabon, Sierra Leone, Guinea-Bissau, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Liberia, Mali, Burkina Faso, Congo, Guinea Equatoriale, Togo, Benin, Capo Verde e São Tomé).
Magistralmente orchestrate, e perfettamente riprese dai media cinesi, queste operazioni sembrano però troppo sporadiche per poter bastare. «Contrariamente a quanto pretende, la Cina non salverà l’Africa da sola», ripetono esperti dell’Ocse. E questo, semplicemente perché non ne ha proprio i mezzi.

La crisi in Cina

Pechino ha appena speso 14 miliardi di euro per far fronte alla propria crisi sanitaria. Più di mezzo milione di piccole e medie imprese hanno chiuso dal mese di gennaio e la zona economica di Shenzhen risente fortemente della caduta del 20% in volume di esportazione di armi.
Gli economisti prevedono una crescita cinese del 5% nel 2020, cioè l’indice più basso registrato da tanti anni a questa parte dal “motore del mondo”, sempre ingolfato dalla mancanza di domanda sui mercati. La Cina rimane ancora agli occhi degli africani «il paese che aiuta». Ma domani? Una volta vinta la «battaglia della narrazione» denunciata dai leader europei, Pechino saprà uscire dalla «diplomazia della mascherina», per ritrovare la sua immagine di primo partner economico dell’Africa?
I grandi cantieri già lanciati vanno avanti, certo, ma altri grandi progetti di infrastrutture potrebbero essere ritardati, se non proprio annullati, dato lo stato delle finanze cinesi e delle catene di approvvigionamento. Il flusso di turisti cinesi potrebbe arrestarsi e le delocalizzazioni industriali promesse, in particolare all’Etiopia, rischiano di essere, alla meglio, rimandate a un futuro meno incerto.
La caduta dei prezzi delle materie prime finisce per pesare molto sul debito contratto con la Cina dai paesi produttori di idrocarburi e di certi minerali. La Cina, per esempio, possiede da sola quasi un quarto dei crediti dei paesi della zona Cemac (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale che comprende Repubblica democratica del Congo, Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Congo).

Annullare il debito

È così che gli agenti finanziari ed economici del continente ripetono che «è solo annullando semplicemente questo debito, che la Cina mostrerà veramente il suo sostegno all’Africa».
Il guaio è che Pechino passa per essere un creditore intransigente. «Non dubito un istante che, per il presidente cinese, la situazione dell’Africa giustifichi un gesto di tale portata (l’annullamento del debito africano, ndr), ha affermato il presidente francese, Emmanuel Macron, il 14 aprile scorso, in una intervista a Radio France Internationale. Ma la Cina ascolterà?
La Cina ha accettato, il 15 aprile, con gli altri paesi del G20, di congelare per un anno, una parte del debito di 77 paesi nel mondo di cui una quarantina in Africa. Moratoria, quindi, non annullamento. E su questo punto non si potrà far nulla senza il parere di Pechino, primo creditore dell’Africa. Pechino che da alcuni anni è accusato dai grandi finanziatori mondiali (Banca mondiale e Fondo monetario internazionale in primis) di re-indebitare se non proprio di sovraindebitare l’Africa. Esempio: il 72% del debito pubblico kenyano è in mani cinesi come l’82% di quello di Gibuti.
Ma uno dei grandi problemi che riguardano il debito cinesi è costituito dall’opacità dei leader dell’Impero di mezzo che non rendono pubblici i dettagli delle loro operazioni. Non esiste, infatti, a oggi una cifra precisa del debito, ma solo una stima: tra 145 e 170 miliardi di dollari  per un totale stimato a 365 miliardi di dollari. La China Africa Research Initiative (Cari), istituto di ricerca dipendente dall’università americana John Hopkins, ha calcolato che tra il 2000 e il 2018, la Cina ha effettuato più di un migliaio di prestiti a 49 paesi africani, per un valore di 152 miliardi di dollari. La sola Angola ha ricevuto 43 miliardi di dollari di cui una parte garantiti dal petrolio. Così oggi il 63% del petrolio estratto in Angola serve a rimborsare il debito. Luanda avrebbe a oggi rimborsato 16 miliardi. Il calcolo è reso ancor più difficile dal fatto che le cifre annunciate non sempre sono seguite dai versamenti. Nel 2017, secondo la Cari, dei 5,3 miliardi promessi alla Nigeria, solo 2,5 miliardi sono stati realmente sborsati. L’opacità cinese è suffragata anche dal fatto che sono diversi gli organismi cinesi (banche, società di costruzioni, ecc.) che operano i versamenti. Opacità che fa comodo ai paesi africani. Vedi l’esempio del Congo che a lungo aveva nascosto all’Fmi il montante del suo debito con la Cina, finché non è stato obbligato a rivelarlo per ottenere un programma di assistenza per evitare la bancarotta. Nel 2007, altro esempio, la Cina aveva accordato alla Rd Congo 8,8 miliardi di dollari di prestito a Kinshasa in cambio dello sfruttamento delle miniere di rame e cobalto e la costruzione di infrastrutture di base. Questo baratto aveva provocato le rimostranze dell’Fmi.

Sviluppo infrastrutturale

Va riconosciuto però che Pechino non è necessariamente quel “predatore” descritto da certi suoi concorrenti. Perché i suoi prestiti favoriscono comunque lo sviluppo di infrastrutture che permettono giustamente agli stati di sfruttare le loro risorse. Sempre la Cari ha calcolato che il 40% dei prestiti accordati dalla Cina è servito a pagare la costruzione di unità di produzione e di distribuzione di elettricità, e il 30% è andato a infrastrutture di trasporto (strade, porti, linee ferroviarie…). Rimane il fatto che oggi, mentre il livello medio di indebitamento dei paesi africani è raddoppiato in dieci anni per salire al 60% del Pil, 8 paesi sono sovraindebitati e un’altra decina rischiano di ritrovarsi a breve nella stessa situazione, secondo l’Fmi.         
L’ex vice-presidente della divisione Africa della Banca mondiale, Obiageli «Oby» Ezekwesili, in un editoriale pubblicato dal Washington Post scrive che la Cina deve assumersi le sue responsabilità nella crisi mondiale del coronavirus. Per l’economista nigeriana, che è anche la co-fondatrice della ong Transparency International, le autorità cinesi che hanno «fallito nel gestire in maniera trasparente ed efficace» la crisi sanitaria, devono ora indennizzare i paesi africani.
«La Cina deve mostrarsi responsabile riconoscendo la sua mancanza di trasparenza sul Covid-19. Il governo deve istituire un panel di esperti indipendenti per valutare la sua risposta alla pandemia. La Cina e gli altri paesi del G20 devono iniziare delle discussioni con l’Unione africana per stabilire delle misure di riparazione. È tempo che le economie più ricche si mostrino capaci di agire per il bene dei più poveri e vulnerabili. La Cina deve pagare», scrive Oby Ezekwesili nell’editoriale in questione.

Ridefinire i legami

Va riconosciuto comunque che se il gigante cinese non si è ancora allineato agli standard occidentali in maniera di prestiti, comincia comunque ad avvicinarli. Si potrebbe scommettere che la pandemia del Covid-19 e la crisi economica mondiale che ha innescato potrebbero rinforzare la tendenza. C’è infatti chi vede nelle difficoltà di Pechino un’occasione per l’Africa «di ridefinire i legami economici che la legano al resto del mondo, e in particolare alla Cina». Con la zona di libero scambio continentale africana e l’arrivo dell’annunciata moneta, l’eco, nei 15 paesi della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), l’Africa si sta dotando dei mezzi che dovrebbero permetterle di meglio inserirsi in una economia internazionale duramente provata. È uno scenario reso possibile dalla pandemia. Ma non necessariamente quello ritenuto dagli strateghi di Pechino.
La Cina non dovrebbe dimenticare che il coronavirus potrebbe gettare nella povertà estrema ben 27 milioni di africani. È quanto si legge in un rapporto della Commissione economica dell’Onu sull’Africa pubblicato venerdì 17 aprile sulle conseguenze economiche della crisi del coronavirus sul continente. Per aiutare i paesi africani a far fronte alla situazione, la Commissione chiede che venga creato un dispositivo di protezione di 100 miliardi di dollari.
Secondo quel rapporto, l’Africa è particolarmente vulnerabile alla propagazione dell’epidemia per via della sua demografia : 56 % della popolazione urbana vive in bidonville sovrappopolate, e solo il 34% delle famiglie ha accesso a prodotti di igiene di base per lavarsi le mani. Senza nessuna  misura di protezione, l’epidemia potrebbe, secondo gli esperti, provocare la morte di 300mila persone sul continente.
da Nigrizia

 

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