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Rapimento Romano. Il silenzio delle autorità italiane

La cooperante italiana, rapita in Kenya il 20 novembre scorso, potrebbe essere stata venduta a un gruppo somalo legato ad al-Shabaab. Ai tre arrestati è stata infatti estesa l’accusa di terrorismo. E in tutto questo resta inspiegabile silvia romano 2l’assenza di informazioni e di prese di posizione italiane.


Silvia Romano potrebbe essere stata rapita, la sera del 20 novembre 2018, per un atto di terrorismo. Uno scenario del tutto nuovo emerso durante le prime fasi del processo ai tre indagati per il rapimento – Abdulla Gababa Wario, Moses Lwali Chembe e Ibrahim Adhan Omar – in corso in questi giorni al tribunale di Malindi. Infatti, il pubblico ministero, Alice Mathangani, ha proposto di estendere l’accusa di terrorismo, già contestata a Ibrahim Adhan Omar perché trovato in possesso di armi, anche agli altri due implicati nel sequestro. La giudice, Julie Oseko, ha dapprima disposto di mettere sotto custodia cautelare tutti i sospetti, anche i due –Abdulla Gababa Wario, Moses Lwali Chembe – in libertà vigilata su cauzione e ha poi spostato le nuove udienze del processo in modo da far luce sui nuovi fatti emersi. Secondo quanto riportato dal portale malindikenya.net, i prossimi appuntamenti sono il 24 e 25 ottobre a Chakama, il villaggio nell’entroterra di Malindi dove Silvia è stata rapita. I tre indagati dovranno anche deporre davanti all’unità antiterrorismo della polizia kenyana.
Finora le autorità competenti del Kenya avevano pubblicamente dato credito alla pista della criminalità comune e avevano fatto cenno al probabile passaggio dell’ostaggio a una banda più importante ed esperta nella terra di nessuno, che di fatto è la foresta Boni. Foresta dove per mesi gli inquirenti hanno assicurato di cercare la giovane cooperante, sottolineando che il gruppo non aveva mai attraversato il confine con la Somalia. La ricostruzione, almeno della prima fase del rapimento, sembrava plausibile a molti osservatori. Certo, il sospetto che ci fosse qualcosa di più di una semplice rapina finita con il diventare un rapimento si è insinuata nell’analisi dei fatti con il passare del tempo e il silenzio assoluto degli ultimi mesi sulle indagini in corso.
La nuova direzione presa dal processo potrebbe essere spiegata dallo sviluppo dell’inchiesta della Procura di Roma, coordinata dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, secondo la quale Silvia potrebbe essere stata portata in Somalia pochi giorni dopo il 20 novembre. Lo si legge in un comunicato stampa dell’Ansa, pubblicato il 30 agosto, in cui si aggiunge che elementi in proposito sono emersi dopo il terzo incontro avvenuto in Kenya tra gli investigatori, cui hanno partecipato anche i carabinieri del Ros. Secondo un’altra agenzia di stampa, l’Adn Kronos, sarebbero emersi contatti telefonici dei rapitori di Silvia con persone in Somalia, prima e dopo il rapimento.
Potrebbe essersi trattato, perciò, di un sequestro su commissione, in cui la banda kenyana, formata da 8 persone, avrebbe agito per conto di altri, che si trovavano in Somalia. Lo scenario potrebbe essere plausibile anche alla luce di quanto scrive Domenico Quirico nell’articolo pubblicato su la Stampa del 1° settembre su come il gruppo terroristico somalo al-Shabaab abbia recentemente deciso di usare anche i sequestri di persona per finanziarsi. Le modalità di azione descritte nell’articolo potrebbero spiegare diversi tasselli rimasti oscuri nel rapimento di Silvia e nella ridda di notizie diffuse nelle settimane successive dai media locali.
Certo, il condizionale è d’obbligo. Solo il proseguimento delle indagini e le prossime udienze del processo potranno, forse, fare luce sui fatti e dirci dove Silvia si trova e quando potrà tornare a casa. Intanto non si può non osservare che il silenzio delle autorità italiane è sempre più inspiegabile, in un momento in cui anche le agenzie di stampa pubblicano la loro ricostruzione degli avvenimenti.
da Nigrizia

Tags: Kenya, Cooperazione, Terrorismo, Somalia

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