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Lo sciopero dei docenti paralizza le università

Questa volta il Covid-19 non c'entra. A tenere chiusi gli atenei del paese da oltre tre mesi è la protesta indetta dalla potente organizzazione sindacale dei docenti universitari contro la riforma del sistema di pagamento dei salari ProtestaDocentiattuata dal governo federale.

«Ci aspettavamo che succedesse ma non sapevamo quando. A volte accade all’improvviso» racconta Austin Nwakanma, studente dell’Università federale di tecnologia di Owerri, nel sud-est della Nigeria. Il 9 marzo, l’Unione del personale accademico universitario (Asuu) ha proclamato uno sciopero ad oltranza, una costante nel sistema educativo del paese.
La sospensione dei corsi di studio avviene quasi una volta l’anno da almeno vent’anni, anche per lungo tempo, come nel 2013, quando durò sei mesi. L’ultima fu nel novembre 2018 e si protrasse fino a febbraio 2019. «Tutti gli studenti sanno che impiegheranno anche qualche anno in più per laurearsi, perché salta di continuo la calendarizzazione dei corsi» spiega Austin.

La disputa

Il disaccordo riguarda il nuovo sistema centralizzato di pagamento dei salari (Ippis) voluto dal governo federale. Disattese le svariate richieste agli accademici, cominciate nello scorso novembre, di registrarvisi di propria volontà, ad inizio maggio i dati di tutto il personale sono stati spostati forzosamente sulla nuova piattaforma.
Secondo gli universitari, il governo avrebbe effettuato degli accessi illegittimi nei loro profili bancari per prelevare alcuni codici di verifica, necessari per questa operazione. «Ciò che ha fatto il governo è illegale, in quanto viola i regolamenti della banca centrale nigeriana e per questo agiremo legalmente» spiega Bioudun Ogunyemi, presidente dell’Asuu.
La volontà di Abuja è quella di applicare un controllo serrato sui pagamenti e di individuare i diffusi lavoratori fantasma ed altri abusi. Ma, secondo Ogunyemi, «il sistema Ippis equipara ingiustamente i professori al personale non docente delle università. E’ stato pensato per altri apparati della pubblica amministrazione e non ha la flessibilità necessaria per calcolare svariate retribuzioni accessorie, tipiche del nostro ruolo», spiega.
Nel frattempo, il ministro del lavoro Chris Ngige ha annunciato l’intenzione di portare l’Asuu di fronte alla Corte nazionale industriale, che si occupa delle dispute delle categorie lavorative, se questa continuerà a rifiutare il tentativo di un negoziato che ponga fine alla disputa. L’Asuu sostiene che la protesta riguardi anche il mancato rispetto da parte del governo dei “Memorandum di azione” – l’ultimo siglato a febbraio 2019 – in cui si impegnava al pagamento di alcuni arretrati e a concedere più autonomia e più finanziamenti alle accademie. Un aspetto passato decisamente in secondo piano.

Leali per necessità

Oyinyechi Adelakun (il nome è di fantasia in quanto ha chiesto l’anonimato) è una dottoranda dell’Università di Ibadan, la seconda città più popolosa della Nigeria. Vive con suo figlio di 3 anni nel campus universitario, un angolo tranquillo, riparato dal caos infernale che comincia appena usciti dal cancello dell’istituto. Tra le detrazioni del suo salario vi sono un modico affitto per l’appartamento concessole dalla sua facoltà e una tassa per l’Asuu che, seppur bassa, è obbligatoria. «Facciamo tutti parte dell’Unione, anche senza volerlo», racconta.
Sebbene sia d’accordo con le ragioni della protesta, non nega che le opinioni contrarie alla maggioranza non sono ben accette. «Molti di noi vorrebbero continuare a lavorare anche in modo informale. Almeno continuare la programmazione didattica tra colleghi e rimanere in contatto con gli studenti. Ma l’Asuu non gradirebbe». Nelle circolari che l’Unione inoltra ai suoi membri per aggiornarli sullo sciopero, si accusa di infamia, senza mezzi termini, chi ha scelto di iscriversi al sistema Ippis o ha tentato di organizzare attività didattiche.
«E’ considerato un tradimento e i nomi di chi va controcorrente finiscono in una “lista nera”. Mi manca solo la tesi di dottorato per avanzare di carriera e non vorrei sbagliare», prosegue Oyinyechi. Formalmente, l’Asuu può sanzionare i membri che non rispettano le direttive impartite ma la dinamica è di certo poco democratica.
L’Unione nasce nel 1978 e abbraccia il personale di tutte le 95 Università federali e statali del paese.
Durante il regime militare venne messa al bando per la prima volta nel 1988 a causa degli scioperi per chiedere stipendi migliori, poi riabilitata e di nuovo censurata, ed infine divenne operativa con continuità dal 1992.
«In ogni caso io sono leale all’Unione» aggiunge Oyinyechi. «Quando va via la luce mentre si fanno gli esami, dobbiamo chiedere agli studenti di usare i cellulari per illuminare. Ci serve qualcuno che si batta per migliorare le Università».

Protagonisti dimenticati

Dal dibattito mediatico sono però totalmente scomparsi gli studenti. «Molti vedono lo sciopero come una diatriba politica e aspettano solo che finisca. L’Asuu dice che si batte per ottenere un’educazione di qualità, ma noi non sappiamo cosa significhi educazione di qualità» dice Kanayo Kizito, studente dell’Università dello stato di Imo, ad Owerri.
I rappresentanti degli studenti, in questo caso, sono più impegnati a pregare il governo centrale di trovare una soluzione, piuttosto che interessarsi di una questione recepita come lontana. «Lo sciopero potrebbe terminare in ogni momento, così com’è cominciato. Cercare un lavoro in questa circostanza non sarebbe fattibile. Continuo a studiare da casa per prepararmi alle prossime sessioni di esame, anche loro imprevedibili» racconta Austin.
La sfiducia verso le accademie pubbliche porta molti ad andare a studiare nei paesi vicini, specie in Benin e in Ghana. Allo stesso tempo le Università private nigeriane proliferano e non ci sono evidenze che questo giovi al sistema educativo del paese.
Da un lato, secondo il professor Charles K. Ayo, reggente dell’Universita privata Trinity nella capitale Lagos «molti istituti privati sono ben finanziati ed equipaggiati e basano i propri corsi sull’impiego di docenti del settore pubblico, impiegati part-time. In queste circostanze l’educazione è di eccellenza». Ma dall’altro, la scarsa disponibilità di posti nelle accademie pubbliche crea un mercato privato che spesso non bada alla qualità e non si rivolge solo ai benestanti, offrendo strutture misere e corsi ridotti.
Nel 2019, su circa 1.8 milioni di richieste di iscrizioni totali nel paese, solo 500mila circa sono state accolte, di cui meno del 5% nel settore privato. Se il numero sembra basso, basta pensare che nel 1999 le accademie private erano solo 3, mentre oggi sono 75. E per l’oltre 1 milione di studenti che ogni anno rimane escluso dai corsi, il governo non sembra fare nulla e tanto meno può l’Asuu.
A proposito di quest’ultima, ha scioperato per un totale di sei anni dal 1981. Nei suoi confronti l’opinione pubblica è generalmente tollerante, considerato lo stato comatoso del sistema educativo terziario, per cui è chiaro che serva protestare duramente. Ma, si badi bene: in Nigeria, se non durante lo sciopero stesso, una volta dichiaratene la fine e prima di riprendere il lavoro, gli accademici ricevono i salari per ogni mese in cui non hanno lavorato. Qualche anomalia?
da Nigrizia

 

Tags: Nigeria, Politica e Società

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