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Sahel, vittime del coronavirus e vittime della povertà

Dalla capitale del Niger padre Mauro Armanino, missionario, dottore in antropologia culturale ed etnologia, propone una riflessione sulla pandemia vista dal Sahel, invitandoci a “guardare il senso delle proporzioni come chi, da decenni, Funeraleè abituato all’inseparabile abbinamento vita e morte”

Perché mai, nello spazio saheliano, i morti del coronavirus dovrebbero essere trattati diversamente dagli altri, innumerevoli, per altre malattie? La prima di queste è la fame e le malattie ad essa legate che, secondo la Fao, uccide ogni giorno nel mondo 25mila persone. L’Unicef comunica che 3 milioni di bambini nel mondo muoiono ogni anno per malnutrizione.
Da parte sua, ecco quanto ricorda l’economista e accademico italiano Riccardo Petrella: “E’ sera. Oggi sono morti nel mondo più di 21 mila bambini al di sotto dei cinque anni (7,9 milioni ogni anno). Fra le principali cause troviamo le malattie dovute alla mancanza di acqua potabile e di servizi igienici inadeguati, o per aver bevuto acqua non sana, inquinata.
E’ da molti anni che l’urgenza sanitaria legata all’acqua è sotto gli occhi di tutti ma i gruppi dominanti, quelli che hanno il potere di decidere, non sembrano aver stimato essenziale ed urgente di prendere le misure per sanare la situazione”.
La malaria, o paludismo, continua la sua pazza corsa all’eliminazione di corpi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2018 i casi di paludismo sono stati stimati a 228 milioni, mentre i decessi imputabili alla malattia sarebbero 405 mila. I bambini di meno di cinque anni costituiscono il gruppo più vulnerabile col 67 per cento e dunque 272 mila.
La maggior parte delle morti accadono in Africa sub- sahariana e, per rimanere nel Niger, secondo il ministro della sanità Illiassou Mainassara i morti ‘dichiarati’ sono stati 3.331 al 24 aprile dell’anno scorso. Una donna ogni sette, sempre nel Niger, muore al momento del parto. Potremmo aggiungere i decessi a causa della tubercolosi ed altre malattie infettive ricorrenti, come ad esempio la meningite e, altrove, l’Ebola.
Occorre guardare il senso delle proporzioni per chi, da decenni, è abituato all’inseparabile abbinamento vita e morte. Non si capisce perché, se non per non troppi celati interessi, da alcuni definiti semplicemente come ‘Covid-business’, si fa pubblicità e si arriva pure, in alcuni casi, a ‘facilitare’ la dichiarazione di infezione da coronavirus, dietro modesto compenso.
Il Niger, paese di sabbia, si trova in una particolare situazione ‘cerniera’ tra il sud e il nord dell’Africa, avamposto delle politiche di esternalizzazione per il controllo della mobilità dei migranti ‘irregolari’.
Il terrorismo jihadista ha, l’anno scorso, provocato la morte di almeno 4 mila persone, poveri e contadini, e militari per la maggior parte. Specie nel vicino Burkina Faso gli sfollati si contano a centinaia di migliaia. Anche nel Niger ve ne sono, assieme a rifugiati provenienti dal Mali, la Nigeria e la Libia, tramite l’Alto commissariato Onu per i rifugiati che ha organizzato campi di accoglienza e transito appunto nel paese.
Siamo all’ultimo posto, ormai da anni, nella classifica stilata dalle Nazioni Unite per lo sviluppo umano e andiamo avanti con la complicità degli aiuti internazionali e il mondo umanitario che in questo paese ha trovato un vero e proprio tesoro. La politica del paese è ammalata di una malattia chiamata cleptocrazia, i ladri sono al potere con lo scopo di fare soldi per loro e i loro prossimi nel più breve tempo possibile.
Bene ricordava l’amico antropologo Jean Pierre Olivier de Sardan, profondo conoscitore della società nigerina. Il potere si trova imprigionato dai commercianti, che hanno finanziato la campagna elettorale, da una classe politica che è la stessa da trent’anni e che si alterna nel potere, imprigionata da giochi di famiglia e etnici, e da questo gioco ad eliminazione che sono le elezioni, la principale sorgente di problemi. Senza dimenticare i traffici e primo tra questi quello della cocaina, redditizio e nel quale sono implicati politici di riguardo.
Si possono allora intendere gli orientamenti salafiti che colmano i vuoti lasciati dalla politica, in un paese a schiacciante maggioranza musulmana di obbedienza sunnita e caratterizzato dalla presenza di confraternite di stampo sufista, sostanzialmente ammanicate col potere.
Le chiese bruciate a Zinder e Niamey nel 2015, in seguito alla montatura dell’affare Charlie Hebdo, il rapimento di padre Pierluigi Maccalli 20 mesi or sono, il ferimento di un prete locale e il terrore creato in alcune zone confinanti con Burkina Faso, completano un quadro particolarmente problematico. Le speranze, se di queste si vuol parlare con serietà e rispetto, sono come sempre esili, fragili e resilienti. Questi tre aggettivi non sono casuali. Essi rappresentano ciò che ci costituisce, accompagna e in fondo definisce: la sabbia.
Solo dai poveri, fragili e resilienti, può scaturire un’esile speranza da raccontare al vento.
da Nigrizia

Tags: Chiesa e Missione, Niger

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