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L'Italia chiuda i porti alle armi

La mobilitazione degli attivisti di tutta Europa e degli operatori portuali italiani sta mettendo in difficoltà le navi saudite che attraccano nei porti italiani per caricare materiale bellico usato nella guerra in Yemen. Ma serve un gesto concreto di governo e parlamento per mettere fine a questo terribile commercio.genova

Nigrizia sostiene con forza l’appello lanciato nei giorni scorsi al governo italiano di sospendere l’invio di sistemi militari all’Arabia Saudita ed in particolare le forniture di bombe aeree MK80 prodotte nello stabilimento di Domusnovas (Carbonia - Iglesias) in Sardegna, di proprietà della RWM Italia Spa, che sono utilizzate dall’aeronautica saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile in Yemen.
L’appello - firmato da Amnesty international Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Fondazione finanza etica, Movimento dei focolari Italia, Oxfam Italia, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Save the children Italia e da una decina di organizzazioni di La Spezia - è stato rilanciato a maggio, in occasione dell’arrivo al porto di Genova della nave-cargo saudita Bahri Yanbu che avrebbe dovuto caricare nella città ligure materiale bellico di produzione francese e italiana.
Grazie alla mobilitazione a livello europeo e soprattutto allo sciopero indetto dai lavoratori portuali - sostenuti dai sindacati - che si sono rifiutati di trasferire il carico a bordo, la Bahari Yanbu è ripartita il 21 maggio con destinazione Gedda, senza armi italiane a bordo. La nave - che appartiene alla maggiore compagnia di shipping saudita, la Bahri, società controllata dal governo saudita che dal 2014 ha il monopolio della logistica militare di Riyadh - era partita all’inizio di aprile dal porto di Corpus Christi negli Stati Uniti, facendo scalo nel grande terminal militare di Sunny Point, nel Nord Carolina.
Arrivata in Europa, il 4 maggio avrebbe imbarcato ad Anversa sei container di munizioni per proseguire l’8 maggio verso il porto di Le Havre, dove la mobilitazione degli attivisti ha impedito che caricasse otto cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti dall’azienda francese Nexter. Per aggirare l’azione legale avviata dai francesi si è quindi diretta verso il porto spagnolo di Santander, dove ha trovato ad attenderla varie associazioni della società civile che si sono appellate alle autorità spagnole. A Genova, la tappa successiva, le cose non sono andate meglio.
Una piccola conquista, fa notare Amnesty intenational, che rappresenta però solo l’inizio di quella che dovrebbe essere una campagna di mobilitazione costante e più globale, perché in arrivo nei porti italiani ci sono altre navi simili. "Manteniamo alta l’attenzione - è l’appello dell’organizzazione - e chiediamo di estenderla a tutti i porti e aeroporti, soprattutto a Cagliari, dove da anni vengono caricate le bombe della RWM Italia destinate alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita nello Yemen”.
E infatti, la notte del 31 maggio una seconda nave cargo, la Bahri Tabuk, partita da Marsiglia e diretta ad Alessandria d’Egitto, ha attraccato a Cagliari, caricando, in gran segreto, diversi container. Le operazioni, tra l’altro, sarebbero state condotte da aziende private di sicurezza che hanno agito nottetempo, escludendo gli operatori portuali. Una procedura inconsueta, fa notare Rete disarmo, che ha documentato il trasbordo e che si dice convinta che gli anonimi container caricati fossero carchi di armi della RWM.
Ma in arrivo ci sono altre navi cargo della stessa compagnia: Bahri Jazan (21 giugno), Bahri Jeddah (13 luglio), Bahri Abha (3 agosto) e Bahri Hofuf (23 agosto). Tutte, prima di approdare a Genova, o a Cagliari, faranno tappa nei grandi terminal militari degli Stati Uniti e del Canada, dove imbarcheranno sistemi militari e armamenti.
Queste esportazioni sono in totale contrasto con la legge 185/1990 e col Trattato internazionale sul commercio delle armi (ATT), ratificato dal nostro paese. Pertanto ci uniamo ad Amnesty e alle altre organizzazioni impegnate per la pace, nel chiedere coerenza al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che lo scorso 28 dicembre ha affermato che «il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen». Adesso, aveva detto allora Conte, «si tratta solamente di formalizzare questa posizione e di trarne delle conseguenze». Fino ad oggi però, fa notare Amnesty, “nessuna sospensione è stata ancora definita dal governo italiano e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate anche in questi mesi, ammontando ad un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018”.
"Chiediamo al parlamento - si legge ancora nel documento - di farsi carico del problema delle forniture di armi italiane nelle zone di conflitto, in particolare per quanto riguarda la guerra in corso in Yemen. In questo senso chiediamo che sia finalmente calendarizzato e affrontato il dibattito in commissione Esteri alla Camera fermo ormai da troppi mesi pur in presenza di alcuni testi di risoluzione già formalmente presentati".
da Nigrizia

Tags: Conflitti, Diritti umani, armi

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