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Non avevo mai visto la baraccopoli di San Ferdinando, un comune della piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria). Fino all’11 gennaio. Quel giorno ero a Riace per mettere a punto il progetto della fondazione “È stato il vento” (che è a buon punto e ha lo scopo di far ripartire l’esperienza di Riace sull’accoglienza e l’integrazione dei migranti) e nel pomeriggio ho incontrato Mimmo Lucano che si è offerto di accompagnarmi.san ferdinando

Nella baraccopoli, meglio chiamarla tendopoli perché sono perlopiù ambienti costruiti con teli di plastica, vivono duemila migranti, quasi tutti africani, che raccolgono arance. Non so nemmeno come descriverlo questo posto, tanto è inospitale e inadatto a viverci. Ci hanno pensato i migranti a spiegarci che la misura è colma: «Siamo stanchi chi essere fotografati, di finire sui giornali e poi tutto rimane così com’è». Hanno ragione.
Nel corso della visita, abbiamo parlato con molti migranti e poi ci siamo confrontati con alcuni sindacalisti dell’Unione sindacale di base. È nata così l’idea di creare un comitato per la demolizione della baraccopoli. Ci siamo dati appuntamento il 1° di febbraio a San Ferdinando per rendere pubblica questa decisione. In una sala traboccante di gente, c’erano il sindaco Andrea Tripodi, l’ex sindaco Giuseppe Lavorato, amatissimo dalla gente, che ha fatto un gran bel intervento, e altri sindaci della Piana di Gioia Tauro.
Prima di intervenire, ho chiesto semplicemente un momento di silenzio per le vittime della baraccopoli, uccisi in questi anni dalle forze dell’ordine, dal fuoco e dal razzismo. E ho ricordato i loro nomi: Sekine Traorè (maliano), Becky Mose, Soumaila Sacko (maliano) e Jaithe Surawa. Jaithe, un ragazzino del Gambia, 18 anni, aveva lasciato scritto ne suo quaderno: «Nella mia vita voglio fare cose belle». Becky Mose, giovane nigeriana, era passata da Riace e aveva avuto la carta d’identità firmata dal sindaco Mimmo Lucano.
Quindi ho ribadito che è inaccettabile che in Italia ci sia una situazione degradata come questa, contraria alla dignità umana. Non possiamo trattare così i braccianti agricoli migranti. Durante il dibattito, è emerso che l’Unione europea ha dato un milione di euro per cominciare dare delle case decenti a queste persone. Non si è mosso nulla, eppure ci sono 35mila appartamenti vuoti nella Piana e in governo non ha mai fatto niente… Tra l’altro nel 2018 la prefettura di Reggio Calabria voleva costruire un altro campo vicino all’inceneritore di Gioia Tauro: il colmo dei colmi!
Alla fine abbiamo deciso di lanciare ufficialmente il comitato per la demolizione della baraccopoli. La Regione Calabria ha messo a disposizione delle risorse per il trasferimento dei migranti negli appartamenti della Piana. Il problema dobbiamo risolverlo noi e lo dobbiamo fare umanamente. Va trovata una soluzione per restituire dignità a queste persone e per farle uscire dal giro nefando del caporalato, gestito dalla ’ndrangheta. Una delle leve per cambiare questa situazione è di sindacalizzare i migranti e di farli dialogare con i braccianti calabresi. Creando un fronte comune contro la ’ndrangheta.
Tutto questo non è avvenuto, è intervenuto prima Salvini e da stamattina le ruspe (nella foto) hanno iniziato a demolire le baracche. I loro occupanti sono altrove. In pochi hanno accettato di entrare nei Cas o negli Sprar, la maggior parte si è dispersa nei dintorni, nell'attesa che i militari se ne vadano. In molti non hanno più nemmeno un rifugio in plastica e lamiera dove passare la notte.
da Nigrizia

Tags: economia, Politica, migrazioni

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