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protest khartoum jan 17 reutersL’attuale ondata di protesta è considerata la più pericolosa per il regime dal momento del suo insediamento, tre decenni fa. Il rais Omar al-Bashir non sembra intenzionato a cedere il potere, nonostante il dissenso prevalga ormai sempre più, anche tra i sostenitori del regime.

Da oltre un mese ormai i sudanesi scendono in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Omar Hassan al-Bashir, in carica da quasi 30 anni. Prese infatti il potere nel giugno del 1989, con un colpo di stato militare orchestrato da Hassan al-Turabi, ideologo dell’islam politico e leader della Fratellanza musulmana.
Ma per ora i segnali sono univoci: il presidente non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro. Le dimissioni potrebbero infatti voler dire anche la
perdita dell’immunità assicuratagli dal suo ruolo, contro il mandato di cattura emesso dalla Corte penale Internazionale per 10 capi d’accusa, tra cui 3 per genocidio, per fatti accaduti in Darfur lo scorso decennio, durante gli anni più difficili del conflitto tra il regime di Khartoum e diversi movimenti di opposizione armata.
Anche per salvaguardarlo, l’anno scorso il suo partito, il National Congress Party (NCP), non senza un duro dibattito interno, l’ha ricandidato per le elezioni politiche previste nel 2020. Ma il presidente è pure considerato l’ago della bilancia dell’equilibrio tra le varie litigiose correnti dell’NCP e le sue dimissioni potrebbero voler dire l’implosione di una leadership che, per gran parte dei sudanesi, è diventata sinonimo di corruzione e appropriazione a scopo personale - o di appartenenza etnica - delle ricchezze di un paese. Un’élite che si è dimostrata incapace di governare ed amministrare.
I democratici sudanesi e diversi esperti del paese leggono infatti la sua perenne crisi come un conflitto tra il centro e le periferie, dove il centro sono i gruppi etnici stanziati sulle rive del Nilo, quelli più arabizzati, che costituiscono il nerbo della leadership, e le periferie tutti gli altri. Ma ora anche il centro sta abbandonando il regime.

Le radici della rivolta

L’attuale ondata di proteste popolari è iniziata il 19 dicembre scorso ad Atbara, poco a nord di Khartoum, sul Nilo, considerata zona fedele. Nei giorni scorsi si sono viste affollate dimostrazioni anche nello stato del Nilo Bianco, pure considerato tra i più fedeli al regime.
La rivolta popolare in atto ha le sue radici nell’endemica crisi economica, aggravatasi dopo l’indipendenza del Sud Sudan, nel 2011, con la perdita di gran parte delle risorse del petrolio su cui era basato il bilancio del paese. Le crescenti misure di austerità non sono servite a fermare l’inflazione, che ha raggiunto il 72,94% su base annua lo scorso dicembre - era il 68,93% solo il mese precedente - mentre il valore della moneta locale, la sterlina sudanese, è in caduta libera rispetto al dollaro, nonostante tre svalutazioni ufficiali solo nel corso del 2018. Intanto si allungano le file per accedere ai beni di prima necessità, come il pane e il carburante.
Le manifestazioni di piazza, rigorosamente pacifiche, crescono con il passare dei giorni nonostante la durissima repressione delle forze di sicurezza che usano in modo indiscriminato gas lacrimogeni e armi da fuoco. Le vittime sono ormai numerose: 24 ammesse dal governo, una cinquantina elencate dagli attivisti per i diritti umani. Gli arrestati, tra i leader delle forze di opposizione e i dimostranti, sarebbero almeno un migliaio.
I metodi brutali usati dai servizi di sicurezza per cercare di scoraggiare i manifestanti, hanno suscitato la preoccupazione di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, e le richieste di un’indagine internazionale indipendente da parte di sudanesi di diversa appartenenza, come Sadiq al-Mahadi, leader del maggior partito di opposizione (Umma Party), e think thank della società civile, come il Sudan Democracy First Group.

Il dissenso interno al potere

Le dimostrazioni, che si sono diffuse ormai in tutto il paese, sono cominciate in modo spontaneo, ma hanno trovato presto una sponda politica plurima e organizzata che si è concretizzata nella Dichiarazione per la libertà e il cambiamento (Declaration of freedom and change) firmata dalle maggiori reti dell’opposizione: la Sudan Call, la piattaforma più ampia, cui aderiscono i maggiori partiti di opposizione, i più importanti movimenti di opposizione armata e alcune reti della società civile.
Ci sono poi il National Consensus Forces e il Gathering of Unionists in Opposition che insieme costituiscono la quasi totalità dell’opposizione politica, oltre alla rete delle associazioni professionali Sudanese Professionals Association, che rappresenta categorie quali giornalisti, insegnanti, avvocati, medici, farmacisti e altri, molti dei quali sono anche scesi in sciopero. Particolarmente presi di mira in questi giorni i medici e i giornalisti, testimoni primi dei metodi inaccettabili usati dal regime per controllare la protesta.
Ma il dissenso prevale ormai anche tra gli stessi sostenitori del governo. Questi hanno formato il National Front for Change, invitato i loro sostenitori a scendere in piazza e presentato una richiesta formale di dimissioni al presidente, firmata da 22 formazioni politiche. Alcuni di questi partiti, come il Reform Now Movement di Gazi Salaheldin al-Attabani, fino a pochi anni fa potente consigliere del presidente, hanno ritirato i propri rappresentanti nelle istituzioni.
Ha preso le distanze dal regime anche la dirigenza della Fratellanza musulmana, quadro di riferimento ideologico del regime. Rimarrebbero ancora fedeli solo i servizi di sicurezza e l’esercito, probabilmente anche grazie ad una riorganizzazione che vi ha incluso famigerate milizie, come le Rapid Support Forces, fedeli al presidente.
L’attuale ondata di protesta è già considerata dagli osservatori la più pericolosa per il regime dal momento del suo insediamento. Molti la paragonano a quelle che portarono alle dimissioni di Ibrahim Abboud e Jafar Nimeiri, nel 1964 e nel 1985 rispettivamente. Tuttavia non emerge ancora una via d’uscita alla crisi di oggi. Alcuni osservatori paventano un’implosione stessa del paese, ma per fortuna anche questa eventualità sembra per ora poco realistica.
da Nigrizia

Tags: Sudan,, economia, Società, Politica, Diritti umani

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